Squid Game, tra lo splatter e il classico
Squid Game – Questa recensione contiene SPOILER.
La serie tv più vista di sempre. Che cosa ha consentito a Squid Game di scalare ogni classifica possibile?
Una maggiore attenzione al pubblico asiatico che ormai, anche a livello numerico, riveste un’importanza impareggiabile. Una storia accattivante che parte da una buona idea, e che tiene con il fiato sospeso fino alla fine.
Squid Game, dove l’individualismo batte la società
Moltissimi si sono soffermati sul fatto che Squid Game sia una serie dove la distopia viene mostrata da un punto di vista capitalista. Al contrario di Hunger Games, dove è la società a essere malvagia e a rinchiudere ventiquattro ragazzi ogni anno in un gioco mortale, in questo caso sono i liberi individui a scegliere il loro destino.
Non è un caso, infatti, che venga data la possibilità ai partecipanti degli Squid Game di tornare indietro. E che sono loro a scegliere liberamente di restare. Un modo per dimostrare a noi spettatori che quelle persone non hanno nulla da perdere, che sono loro a scegliere di vivere quel rischio per la possibilità di una fortuna immane.
Squid Game: Recensione
Un inizio un po’ lento, con un episodio dedicato all’introduzione del personaggio principale. Poi si entra nel vivo dei giochi, il punto che cattura di più l’attenzione. Tuttavia, questa suspense si spegne nelle ultime puntate, quando la risoluzione si rivela esattamente quella che lo spettatore attento può con facilità anticipare.
Il limite da un punto di trama a parer mio è questo. La mancanza di un colpo di scena vero e destabilizzante, necessario nei distopici e non solo. Per di più, l’ultimo episodio si trascina nel prevedibile, e sembra mirare solo alla progettazione di una seconda stagione.
Quando il bene trionfa sul male
In questa serie tv, il bene vince sul male. Il moderno che i primi episodi sembrano abbracciare si dissolve in una narrazione più semplice e più facilmente prevedibile. È il bravo ragazzo a vincere, colui che sceglie come compagno il vecchietto perché teme la sua sorte. Colui che cerca alleanze per ottenere un aiuto reciproco e non per il proprio tornaconto personale. Colui che perdona chi è disposto a ucciderlo.
Non vi è disillusione. Anzi, la disillusione appartiene alla generazione precedente, quella del vecchio, il creatore del gioco. Questa scena è evidente nell’ultimo episodio, quando il vecchio scommette che nessuno aiuterà il senzatetto che sta morendo. E il creatore di Squid Game muore prima di vedere che l’aiuto, in realtà, è arrivato, e che il senzatetto si è salvato. Questa scena a parer mio racchiude un po’ l’intero senso della serie tv. Lo spettatore di oggi vuole tornare a sperare che un futuro migliore è possibile. E lascia la disillusione alla generazione precedente.
Un protagonista buono
Il fatto che questa serie abbia fatto così successo è emblematico: il fruitore oggi vuole azione, e non rifugge lo splatter. Chi guarda questo tipo di serie tv è abituato a vedere i personaggi morire.
Ciò che mi ha sorpresa è la mancanza di inquietudine nell’animo del protagonista. I pochi momenti in cui pare tradire la propria onestà vengono giustificati dalla narrazione stessa. Così lo vediamo far morire un vecchio anziano con l’inganno, ma noi manteniamo la consapevolezza che abbia fatto la scelta giusta, e che tutti ci saremmo comportati come lui. La comprensione di questo personaggio aiuta anche l’immedesimazione nella storia, aumentando il pathos di questa scena.
Persino durante l’ultimo gioco non è lui a uccidere il suo amico d’infanzia. Il protagonista è il vincitore di questo gioco, ma quasi suo malgrado. Non ha macchie reali sulla coscienza, e ci viene presentato come sconfitto, come vittima. È proprio per questo che il bene trionfa sul male. Perché chi vince fa parte, senza ombra di dubbio, dei buoni.
Perché Squid Game piace?
Viene spontaneo quindi interrogarsi su che cosa ricerca oggi lo spettatore in una serie tv, e sul perché Squid Game sia piaciuto anche alla luce di questi fatti.
Ciò accade perché, a mio parere, nonostante il sangue e le morti terribili a cui sono condannati i partecipanti del gioco, la narrazione è in qualche modo consolante. Il gioco che ci ha intrattenuti viene condannato. A vincere è colui che più se lo meritava, che consola i famigliari delle vittime, e che è pronto a vendicare le loro morti mettendo fine a questo gioco.
Forse siamo stufi di sperimentazioni, forse il grande pubblico non ricerca più turbamenti d’animo con buoni e cattivi meno divisi tra di loro, ma vuole che il buono riesca a vincere, perché sa che è giusto così. Forse la chiave del successo di Squid Game sta in questo difficile equilibrio che la serie è riuscita a trovare. Una buona idea. Azione che tiene incollati allo schermo e che terrorizza al punto giusto. E una narrazione classica, non troppo difficile da anticipare, dove le persone vengono punite e il mondo può ritornare a un più giusto equilibrio.
Se siete interessati alle serie TV, qui trovate la mia recensione de La casa di carta e qui i miei pensieri su Strappare lungo i bordi di Zerocalcare.
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